Solo alla fine puoi saperlo…
16 marzo 2011
Un giorno Akbar e Birbal andarono a caccia nella selva. Sparando col suo fucile, Akbar si ferì il pollice e gridò di dolore. Birbal gli fasciò il dito e lo consolò con le sue riflessioni filosofiche: “Maestà, non sappiamo mai ciò che è bene o è male per noi”. L’imperatore si infuriò e scaraventò il ministro nel fondo di un pozzo abbandonato. Poi continuò a camminare solo per il bosco. Frattanto un gruppo di selvaggi gli venne incontro in piena selva, lo attorniò, lo fece prigioniero e lo trascinò davanti al suo capo. La tribù stava preparandosi ad offrire un sacrificio umano e Akbar fu accolto come la vittima che Dio aveva loro inviato. Lo stregone della tribù lo esaminò attentamente e notando che aveva un pollice rotto, lo respinse perché la vittima prescelta non doveva avere nessun difetto. Allora Akbar si rese conto che Birbal aveva avuto ragione, provò rimorso per il suo gesto inconsulto, tornò correndo al pozzo nel quale lo aveva gettato, lo trasse fuori e gli chiese perdono per il male che, tanto ingiustamente, gli aveva causato. Birbal rispose. “Maestà, non deve chiedermi perdono, perché non mi ha fatto alcun male. Al contrario, mi ha fatto un grande favore: mi ha salvato la vita. Infatti, se non mi avesse scaraventato in questo pozzo, io avrei continuato a camminare al suo fianco e questi selvaggi avrebbero preso me per il loro sacrificio. Come vede, Maestà, non sappiamo mai se una cosa sia bene o male per noi.
Gli Zucconi di Natale
13 dicembre 2010
Per Natale auguratevi di diventare introversi. La vostra libido ha la capacità di esplorare un universo parallelo alla realtà esteriore:: è vostro, vi sta dentro e non lo conoscete. Ciascuno di voi è un contenitore di luci, suoni, desideri, doni, ombre, colori e parole che finalmente meritano la vostra attenzione, il vostro stupore. Proiettatevi all’interno di voi stessi e per un attimo piantatela di estrudervi in superficie. Diventate concavi, per goderne di questi buono e marcio di cui siete fatti! Per Natale esercitate il silenzio e ascoltatevi, ascoltate se fate ancora rumore o se vi siete fermati e spenti. Perché la festa è dentro di voi, le luci e le ombre sono dentro di voi, i suoni e i colori, i canti e i silenzi, il freddo e il calore, i doni e i pensieri…tutta questa roba è dentro di voi, perché mai l’andate a cercare altrove? Perché vi accontentate di immagini intangibili di molto meno valore, riflessi distorti della vera felicità? Siete tanto furbi e ve ne vantate, ma per le cose importanti ve ne andate in un brodo di giuggiole.Per Natale fate esercizio di silenzio e parlate con gli occhi, fate esercizio di percezione e ascoltate con il corpo , fate esercizio di sensazione e toccatevi con un sorriso. Perché eccolo che torna il 25 dicembre e per voi è uno stress, una corsa,un’ansia da prestazione, gente che non vorreste vedere, obblighi a cui non potete sottrarvi.Capite bene che qualcosa non va. Quanto poco date retta e importanza a voi stessi, non ci credo, quanto poco.. Vi circondate di placebo materiali per riempirvi dentro e occupare spazio, cosi da convincervi che siete “pieni”. Siete grandi e non avete imparato a riempirvi di ben altro, “altro” impalpabile che non occupa spazio e al contempo occupa voi. Se capiste cosa perdete vi mordereste le mani, sareste avidi del passato sprecato dietro a proiezioni di luci che sono appunto proiezioni. Quando lo capite che l’interruttore sta lì dentro, nel mezzo di voi, si accenderà quando vi deciderete a brillare?Io sono piccolo e l’ ho capito ma non riesco a esprimervi il mio dissenso, faccio bei discorsi nella mia mente ma se parlo mi escono sillabe senza senso. Io sono piccolo e questo Natale la mia mamma e il mio papà mi abbracceranno più stretto, mia sorella mi darà una tregua dai dispetti e tutte le persone che verranno entreranno dalla porta di casa con un sorriso. Avrò anche dei regali, ma io gioisco di fronte a quelli solamente per non insospettirvi.
Memo per il Corriere Della Sera.
Un alto punto di vista
4 agosto 2010
“L’emozione non posso descriverla a parole, non ne esistono ancora di adatte, dovrei inventarle. Che spettacolo che sto guardando e quanto sgomento sto provando, la natura è l’espressione più elevata dell’arte e tocca ogni singolo atomo della mia anima. Il vento mi urla nel viso e man mano che passano i secondi si fa sempre più vorticoso e sempre più risucchiante, mi sibila nelle orecchie e mi sagoma la pelle e i vestiti.
Quella volta, in terz0 superiore, avrei fatto bene a dichiararmi a quel ragazzo che tanto mi sconvolgeva, ora lo avrei vissuto, lo avrei assorbito e non avrei sprecato quell’energia primordiale del primo amore; quel giorno, sotto casa vecchia, quel cucciolo abbandonato…lo portai a casa ma non me lo fecero tenere…già qualche ora dopo lo ricercai affranta nel posto in cui si era visto riabbandonato per la seconda volta, ma di lui non trovai traccia…ero amareggiata, piena di sensi di colpa, se solo lo avessi affidato a qualcuno invece di obbedire a un ordine…Forse, da lì, i primi conflitti con le responsabilità…
Il tempo corre velocissimo, posso già scorgere un paesaggio completamente diverso, vedo meglio qualunque cosa, esattamente in che posizione mi troverò? Strana questa calma apparente che avverto, fra poco, pochissimo, la mia vita non sarà più la stessa, si tratta di rassegnazione forse? Non ho mai creduto nel destino ma ho sempre pensato che tutto poteva essere modificato da me, tutto poteva andare come decidevo dovesse andare e in base all’impegno che ci mettevo. Sento sbattere veloce il cappuccio contro la nuca, quest’aria violenta che mi attraversa peggiora di secondo in secondo. Non sento più nemmeno i miei pensieri, eppure mi sta passando la vita davanti.
Avrei dovuto scrivere di meno e vivere di più, avrei dovuto pensare meno e agire di più. A che servono i complessi? Proprio a un bel niente, qui, ora, in questa situazione tragica, in questo momento da pellicola horror, in questo attimo in cui non credo di appartenere a nessun mondo.
Perchè non ho telefonato più spesso a quella mia amica, prima che mi lasciasse? Perchè sono stata categorica con molte amicizie, non concedendo mai una seconda possibilità? La gente si crede immortale, come io devo aver creduto, per agire fregandosene del poi, del dopo, del futuro?
Perchè non ho aiutato mio fratello quella volta che me lo chiese speranzoso, facendogli la spia con mio padre e mia madre? Perchè li ho sopportati sempre meno, loro due, invece di capire le loro frustrazioni?
Quella casetta credo di riconoscerla, mi sto avvicinando, c’è uno spiazzo e un campo di grano ancora immietuto. Troppi interrogativi e pochissime risposte. Ci riempiamo la vita di domande quando è alle risposte che dobbiamo dedicare attenzione. E’ proprio vero allora, che a un passo da certi momenti, la vita scorre velocissima davanti…Non dimenticherò mai quel bacio clandestino, quello sguardo commosso, quella voce carezzevole, quell’odore di incenso, quel biscotto fragrante all’anice, quella giostra multicolore…
Sento il peso che mi schiaccia e mi governa, a tutto pensavo tranne che a questo…Sono stranamente lucida, non un segno di pazzia, consapevolezza e incoscienza, ma il cuore non mente e mi batte ritmicamente come un tamburo impazzito. Batte e si brucia i suoi ultimi colpi. Mio Dio, eccolo…
Il suolo.”
Potrà sembrare cinico o tetro o deprimente. Ma ho sempre provato a immedesimarmi nelle persone comuni durante situazioni paradossali per vedere come reagirebbero.
Questo è un racconto senza scampo. Ma quando si vivono momenti felici, stordenti, confusi, di attesa, spesso conviene rivolgere l’attenzione a ciò che di peggio esista, per ricordarci che tutto il nero che possiamo vedere al momento, è sempre un grigio in confronto a certi eventi, e che tutto il rosa che possiamo vedere al momento è proprio un rosa intenso e non è il caso di scurirlo con quella tendenza comune a sminuire la gioia.
Memo che fra poco va in vacanza. ![]()
Cartolina da un matrimonio
14 settembre 2009
Cliccando sul link seguente
http://www.paroleincorsa.it/2009/all/racconti_summary_view?b_start:int=260&-C=
potrete leggere il mio racconto che partecipa al concorso “Parole in Corsa”, scorrete sotto nella lista e troverete il mio nome sotto il racconto denominato “Cartoline da un matrimonio”..
non so quando usciranno i risultati, ad ogni modo ho sbagliato e l’ho inviato a una sezione di un ‘altra regione (che ne sapevo che erano selezioni locali??) però a quanto pare se mi hanno pubblicato è valido lo stesso arf arf ehhehhe
Il racconto è la trasposizione scritta della sceneggiatura per fumetto (col fumetto) che avevo postato qualche tempo fa…
Lo, lo so che non ti piace e tanto cinismo ti fa piangere ahahha, ma tanto tu lo hai gia letto…
Beh, incrociamo le dita.
Vi piace?
Memopenna.
07:25 a.m. Morfeo.
13 marzo 2009
Il ragazzino a piedi nudi mi prese per un braccio e mi trascinò correndo verso direzioni che non potevo vedere: la mia cecità, quel buio calato improvvisamente, rendeva il circostante notte inoltrata e senza luna.Gli gridai inquieta di avvisarmi quando avessimo incontrato ostacoli, gradini..perchè avevo paura di inciampare e forse non solo quello.E forse non solo io sembravo impaurita.Anche il ragazzino con la pelle scura fuggiva da qualcosa o qualcuno, ma si destreggiava rapido tra le viuzze di quel luogo esotico, fatto di case di terra addossate disordinatamente l’une alle altre. Era soltanto un attimo prima che affiancavo sul marciapiede l’auto in coda, lenta, dei miei familiari, scesa per via del gran caldo e perchè loro comunque non sarebbero andati piu veloci di me. Ma come inspiegabilmente accade nei sogni, la fila si era dissolta in un miraggio sotto la calura e la macchina era scomparsa a velocità iperbolica, via verso l’orizzonte.Io non reggevo più il passo e di li a poco avevo perso di vista il verde metallico della carrozzeria.Come se non bastasse, ad aumentare quel senso di smarrimento e angoscia, sopraggiunse un buio improvviso a confondere e appannare la percezione visiva, fattasi terrificantemente ombrosa, a macchie, fiochi bagliori rame bruciato. Fu qui che il ragazzino scalzo comparve e prese a trascinarmi dietro di lui; probabilmente non lo vedevo, ma con la mente percepivo nitidi i suoi calzoncini verdi impolverati, le gambette ossute e abbronzate coi ginocchi anneriti e il capello corto scarmigliato e scuro. Insieme ci addentrammo per vicoli sabbiosi e irregolari, illuminati da luci zenitali che baciavano la testa e le guance.Scendemmo, salimmo, virammo, saltammo…In quello scorrere di attimi ,eterni e sospesi in un’altra dimensione, sentivo emozioni contrastanti e stupefacenti, come lo stupore incredulo per quelle circostanze surreali e come l’angoscia capillare e calda data dalla sensazione di smarrimento e abbandono, sommati al battito intrepido di un cuore che affronta l’imprevisto. L’introspezione interiore andò di pari passo con la vista che riviveva di colori più nitidi e a poco a poco brillanti; la luce entrava ora vigorosa e splendida nelle pupille assetate, distinguendo l’ocra rossa di alcuni mattoni a cortina e i toni azzurri e gialli di una tenda a coprire l’uscio di un portoncino sgangherato. Conforto.
Superato un cesto di frutta posato a terra sulla destra, quasi ribaltato dalla smaniosa fuga, il ragazzino quasi mi spinse con forza in un portoncino spalancato alla fine di una scalinata. Sebbene non proferì parola e soltanto dai suoi occhi colsi indicazioni, riecheggiò nella mia testa il monito di pericolo che il cantiere di fabbrica della basilica comportava; e insieme a questo, l’indicazione di calarvisi dall’alto e di scomparire prima possibile attraverso una delle uscite celate dai teli plastici a protezione delle impalcature. Questo pensavo, mentre il percorrere gli ambienti di quella “tana” luminosa e dal sapore etnico mi conduceva per forza di cose in un corridoio cieco terminante con un balconcino polveroso, in contrasto con le mattonelline squadrate e cangianti del pavimento.Mi affacciai e con lo sguardo abbracciavo nell’intera estensione, il cortile interno della fabbrica della basilica, il cantiere di cui avevo cognizione, un cantiere velato di tendaggi con impalcature imperanti e ossessive ossidate dal tempo. Era deserto. Con la pressione tipica di un pericolo che sta arrivando,incipiente, non vidi altra soluzione che calarmi nello spiazzo attraverso una sorta di tubo bianco scrostato ed elastico, che addossava la parete terrosa del balconcino.Con un coraggio irriflessivo atipico per il mio carattere, fulmineamente scivolai ad occhi chiusi lungo la parete e atterrai silenziosamente adocchiando velocemente intorno, se avessi destato l’attenzione di qualcuno.Non capivo assolutamente niente, fra betoniere scale attrezzi ferri…dove potevo andarmene e uscire (ma per andare dove poi?dove stavo correndo?ah si, ritrovare i miei familiari): il labirinto di tubi impalcati era protetto da cellofan sbucherellati e svolazzanti e non sembrava che alcuno lasciasse passare attraverso.Ma ormai prendevo decisioni senza nessun buon senso e mi avventai correndo verso la parte opposta dello spiazzo, largo e farinoso, attraversandolo tutto ed esponendomi al sole. Raggiunsi il porticato ma mi accorsi immediatamente che le uscite sotto le strutture impalcate erano tutte serrate e soprattutto mi accorsi di un rumore di passi lenti alle mie spalle.
Era un uomo, probabilmente un muratore osservando i calzoni imbiancati e i capelli ispessiti dalla calce.Era un uomo e il suo ghigno non prometteva nulla di buono, soprattutto perchè dietro di me la cerata dura non era fessurata in nessun punto per poter esser sbrandellata, permettendomi di sgattaiolare oltre. In quell’istante mi furono definiti gli abiti che indossavo: un abito di cotone fresco, bianco, con fiorellini arancioni e gialli e dei sandali aperti e bassi. Dietro la schiena le mie mani grattavano la plastica (ma perchè quella sensazione di non dover essere li e la paura..?perchè?) e i passi dell’uomo erano giganteschi, giganteschi come il suo ghigno e come…un coltello! Ha un coltello, un coltello, è vicino a me, non trovo un’uscita, un buco, una fessura da aprire…Ha un coltello rivolto di lama verso di me, sorride, sicuro, non trovo un uscita…non trovo…la sveglia!
Sono salva.
Favole sull’autobus
6 dicembre 2007

“Non ne posso più di te!”-disse il Fuoco alla Pentolina-”Ogni volta che mi sveglio ti sento borbottare come una locomotiva! Ma possibile che non sei mai contenta?Se sei piena d’acqua borbotti, se sei asciutta scoppietti…insomma! Io non ho mai visto qualcuno più scontento di te!-.
La Pentolina, una signora pentolina che si portava benissimo i suoi anni ( vedeste che pelle antiaderente!), fece una fragorosa risata:-”Carissimo, dici bene, ogni qual volta ti svegli io borbotto.Hai mai pensato che possa dipendere da te?E poi, come ti infiammi facilmente tu, nessuno mai! Ti prego di essere più paziente con me, non ci posso far niente se insieme, siamo incandescenti!”-.
Il Fuoco non ci stette e si spense. Eh, si sapeva che era uno impulsivo.Ma la Pentolina non era da meno, era una tipa tosta, accidenti se lo era, puro acciaio inox. E non ci stette neanche lei. Si era legata al dito quando l’ultima volta il Fuoco le disse:.”Ma che sei di coccio?”- e, adesso, quell’ultima lamentela non la lasciò passare. Andò a casa e chiese alla sua amica, la sig.ra Pentola, sposata Pressione, di dare una lezione a quella testa calda del Fuoco. -”Fai così, così e così”-le disse.
Era una bella giornata, un mezzogiorno pimpante e il Fuoco si svegliò. Si stupì di non trovare la Pentolina e ridacchiando fra sè e sè pensò di aver vinto lo scontro.Aaaah, che bella giornata calda che si sarebbe goduto quel dì, senza fastidiosi ronzii e borbotttiii…A lavorar con lui, anzichenò, c’era una bellissima signora a modo, silenziosissima ed educata.Che altro poteva chiedere di meglio?Nemmeno un Metano…
“Penso che posso anche darci più dentro oggi!-credette il Fuoco. E si scaldò…
FFFFFFFFIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!
“oh Maronn’ e che è sto rumore assordantee??”-gridò il fuoco ( era napoletano).-”Prego scusi, alt, sono 500 fiammiferi di multa, lei si sta scaldando troppo”-disse la sig.ra Pressione.
E il fuoco venne ridimensionato.
Adesso, ogni volta che sgarra viene rimesso in riga e i pochi fiammiferi che gli restano gli servono per la vecchiaia, e lui che ha una pensione a gas, non durerà molto…(adesso sta facendo le corna..)
Ogni tanto ripensa alla Pentolina, che borbottava si, ma era dolce e carina e non sapeva fischiare.
Morale della favola
“Memo basta studiare, ti fa male, vedi cosa scrivi?”
baci a tutti e buona notte..

