Vibrare
15 maggio 2012
La Poesia mi intercala in un inferno solo mio, da cui un eco mi chiama afferrandomi alla gola, ed io non so resistergli, una calamita che m’incolla, la mia eucarestia, il mio sincero Pane. Dannato per il troppo desiderio di scoprire i segreti che solo io so scovare. Donare a gli altri senza remore, con devozione, appassionatamente, febbrilmente. Seduttore di sintesi poetiche, bramo il rimescolar di note rimate, consumate, affusolate, mentre attendo a mani aperte la neve cadere giù. Erpici che scavano, martellandomi la mente, mi distruggono la linfa e resto dissanguato, ma le poesie vivono. La scrittura poetica è una lucente bellezza che sconfigge l’oscurità, riscattando il buio, squarciando la morte che non copre mai nessuna rima. Impasta il sole al sale creando un mare di sapori e di saperi, cambia i venti Priva di ipocrisia, è come il fiore del deserto che profuma la valle pur non essendoci nessuno ad odorare il suo immenso aroma. Umile, come il mare, che pur sapendo di essere il padrone del tempo e dello spazio, dona la sua maestosità e il suo infrangersi incessante a tutti. Fa pensare e fa penare, brucia le parole insensate, che gli uomini, a fiumi versano senza pesare. È un canto che in ogni luogo ed ora recita il rosario della vita. Senza una ragione, la poesia aggroviglia la materia, provocando burrasche di sentimenti; come il gracidare delle rane che per amore si sgolano notti intere. Lo stillare d’una pioggia che batte e leviga i cuori in tempesta, addolcisce le ferite, scavate lungo gli argini del tempo. Cosa sarebbe il mondo intero senza una leggera piuma di poesia? Sterile Madre Terra offende l’uomo che triste s’incammina su selciati senza sogni, giunge una poesia e tutto si colora. Voglio andare là, a riempire il vuoto lasciato dalla mancanza di poesia, frantumando i tanti solitari vagabondi, e portare il canto dove non c’è parola vera.
Donato Bramante (Architetto; Fermignano 1444)
Gli affioramenti, comunque li intendiate, hanno a che vedere con il tempo. Essi dipendono dal tempo poiché attraverso di esso prendono forma nella sedimentazione di strati di storia, di sostanze, di interventi ed emozioni, che dispongono i tratti del paesaggio urbano attraverso le trame di una maglia di esperienze e passaggi.
Come stoffe bagnate giustapposte, perdono i rispettivi umori colorati per poi confondersi l’una nelle pieghe dell’altra, rafforzando una coesione che non è stratificazione ma moltiplicazione complessa e non solida, liquida, di tuffi e di emersioni. Si comprende allora quella risalita capillare dal passato al futuro, da ciò che è stato a ciò che è, espressa attraverso una compenetrazione che solo per certi versi è dipendenza, per altri versi è intrigo.Così il tempo rappresenta il mezzo tramite il quale, il perché, il come, l’architettura urbana acquista capacità di identificarsi con tutto ciò che si muove e si trasforma, nella sua essenzialità. Viceversa, il tempo origina dalla trasformazione della materia, poiché tutto ciò di cui ci interessiamo è materia, concreta o astratta, e per preciso compito è destinata a trasfomarsi.
L’affioramento è dunque una manifestazione, lo svelarsi di un intervallo di tempo attraverso il quale la materia presenta se stessa in una fase precedente alla sua trasformazione o integrazione o condivisione con altra materia…Una cicatrice le cui cellule epidermiche hanno arrestato il loro processo di rinnovamento sulla pelle continuamente rigenerata.
L’architettura cicatrizza la pelle del paesaggio urbano, lascia segni e sbavature, solchi e ricami e insieme al paesaggio stesso, opera di intervento antropizzato ma anche naturale, conformano lo spazio che quotidianamente sperimentiamo.
Gli affioramenti percorrono dal basso verso l’alto lo spessore di un vissuto ereditato per vederlo trasformare e trasformarlo come altri prima di noi; chiariscono la lettura di una architettura urbana in divenire, non statica ma in movimento fin dal suo nascere e verso il suo crescere, chiariscono la sua lettura come le note a piè di pagina di un racconto, un passaggio che stacca gli occhi dalla trama e permette un momento di riflessione e comprensione.
Fatima Marchini
commento all’articolo “Affioramenti” (Antonino Saggio su Gomorra Coffee break)
#01
9 giugno 2011
[...] Perché, invero, la gloria più grande di un edificio non risiede né nelle pietre né nell’oro di cui è fatto, la sua gloria risiede nella sua età e in quel senso di larga risonanza, di severa vigilanza, di misteriosa partecipazione, perfino di approvazione e di condanna, che noi sentiamo presenti nei muri che a lungo sono stati lambiti dagli effimeri flutti della storia degli uomini. [...]
Jhon Ruskin (1819-1900)
Appunti di una lezione…
27 febbraio 2011
Non sono il tipo di persona che a lezione prende appunti.Il tempo e le parole scorrono via, veloci e incomprese, quando sto lì a capo chino a trasferire su un foglio i concetti della lezione di un docente logorroico. La maggior parte delle volte ascolto a braccia conserte, per un pò seguo, per un pò la mente vola altrove e poi si riaggancia al discorso per poi riconsiderare tutt’altro. Osservo la persona e non mi perdo un gesto o un movimento di chi ho davanti, per puro interesse antropologico.
Ma se quello che ascolto mi interessa e, soprattutto, mi coinvolge il modo in cui viene detto, è capace che qualche volta alzi anche la mano (perchè le domande sorgono spontanee) e addirittura che risponda a qualche quesito posto.Mi alzo da lezione soddisfatta e arrivo a fine sera ripensando di non aver affatto perso tempo stando lì seduta, oggi.
Questi sono rari casi, comunque. In casi ancora più rari ed eccezionali, io prendo appunti. Succede quando chi ho di fronte dice e spiega cose che ad ogni parola mi accendono una lampadina, ad ogni incalzamento mi si alza un sopracciglio, ad ogni giustappunto sgrano gli occhi, e l’unica cosa che posso fare è fissare su carta lo splendore che mi sta riportando al mondo dell’essere. E allora scrivo e personalizzo e riconduco e amplio e osservo e guardo lui e guardo il foglio e ascolto e trascrivo e mi cresce l’eccitazione, mi trovo d’accordo, mi stupisco, mi elettrizzo. Mi alzo da lezione felice e in pace con me stessa e arrivo a fine sera ripensando che, oggi è stato il tempo meglio impiegato di tutta la settimana.
Questo è quello che ho appuntato su di un foglio in uno di quei rari giorni…
Riflettere sulle cose. Guardiamo solo le immagini, non i testi. Per di più quelle immagini nemmeno le capiamo. Quanto mi dura una rivista di architettura? Cosa posso dire di aver visto e cosa OSSERVATO?
Siamo superficiali e viviamo come quello che siamo.“si vergognava a prendere il suo stipendio perchè si appassionava al suo lavoro, si divertiva!! Si sentiva un ladro!”
Ci facciamo pagare per fare quello che NON ci piace? Sembra assurdo avere un compenso per fare qualcosa che ci DIVERTE?
Il materiale più importante dell’architettura è la LUCE.
Esprimersi attraverso la materia.
“Io diffido delle architetture dove non distinguo l’entrata da una finestra.”
L’architettura deve parlare, sennò è una cantina.
La passione la trovate nelle piccole cose, con la passione nessuno sente il peso nè del corpo, nè del lavoro, nè la fatica, nè il tempo che passa.
Il fine di una architettura non è solo rispondere ad una funzione, ma anche ad una emozione.
Per questo l’architetto deve saper comunicare le emozioni che sente. Un architetto che non si emoziona progetterà solo scatole.
Bisogna riconoscere la grandezza dei geni prima della loro morte, e gioire e celebrare con loro. Giancarlo De Carlo è morto un mese prima che si inaugurasse una mostra su di lui.
Se non ti aggiorni sul tuo lavoro, se non guardi ogni giorno cosa viene fatto in architettura, chi c’è al mondo che progetta, cosa e come lo fa e dove, sei come una mamma che legge la stessa favola per dieci anni a suo figlio: difficilmente il figlio diventerà uno scrittore. Così i tuoi progetti: difficilmente si distingueranno da una scatola.
Un architetto italiano è il peggiore del mondo, non sa fare nulla. Non conosce nulla e nessuno. Eppure i suoi antenati erano geni dell’arte e del costruire. Ecco cosa succede quando si dorme sugli allori, soprattutto non nostri. Si diventa i peggio!
Posso fare tante piante, tutte rettangolari, tutte uguali..ma è la SEZIONE in cui entra la LUCE che le differenzia..
Bisogna che ti esprimi attraverso la materia.
Il progetto comporta una serie di scelte, così come la nostra vita ovvero il primo progetto che ci si pone davanti. Lo vogliamo fare da alienati o degnamente? Le possibilità ve le cercate e se non ci sono ve le create!
Pensate che non siete il padreterno. Qualcuno prima di voi ha già trovato la soluzione al problema che avete. Non vuol dire che non conta nulla il vostro progetto.
Se ogni mattina vi svegliate e disegnate un oggetto, sempre lo stesso..ogni giorno lo conoscerete meglio e ogni giorno troverete un dettaglio che prima non avevate visto.
E’ importante che se fate gli architetti realizzate qualcosa. Senza quell’esperienza non vi potete definire padroni del progetto. Se non lo costruite come lo verificate?
Un render non è realizzare un progetto.
Sparate i vostri colpi in poche e precise direzioni: uno strumento solo, per riempirsene e non arrivare a farlo del tutto, richiede la dedizione di una vita…sarete solo dei dilettanti se vorrete buttarvi a conoscere piu di uno strumento..
Ovvero..non sarete mai più che dilettanti a voler fare troppe cose. In eccezione, esistono i geni e i talenti.
Dovete MANGIARVI la vostra vita!
Andatevene e poi tornate.
Prima di girare il mondo, girate l’Italia.
Bisogna chiamare a lavorare I MIGLIORI!!! Tutte le cose sono fatte per i cittadini! Non potete chiamare a lavorare il primo deficiente amico vostro!
Dovete conoscere! Se conosci, potrai dare agli altri il tuo sapere! Conoscere è il primo passo per condividere!
Gli spazi per vedere e le aperture per guardare!
Create le viste, create le vedute! Siete architetti!!!
Si può sentire e non ascoltare, si può guardare e non vedere, si può toccare e non percepire.
Se non conoscete l’architettura contemporanea la vostra mente è vuota, cosa diavolo volete progettare?Siete un branco di ignoranti! Conoscere l’architettura non come immagini, studiare le sezioni, gli elementi caratteristici, i dettagli!
Le immagini sono solo immagini. Se non capite come funziona l’architettura che state guardando non saprete raccontarmela, non saprò come lavora, non saprete ridisegnarmela nè perchè è fatta così.
Finchè siete rimasti ignoranti, non avevate mai vissuto!
MEMO ALLIEVA ARCHITETTO
Il ponte e Roma
2 febbraio 2011
Nella costruzione dei ponti, gli ingegneri romani usavano la stessa tecnica usata al giorno d’oggi. Per fissare bene la base di un pilone, costruivano un compartimento stagno intorno al punto dove doveva essre costruito e fissato il pilone stesso e poi, una volta conficcati i pali, pompavano via l’acqua e scavavano nella melma finchè non incontravano il fondo roccioso. Poi intaccavano questo e vi cementavano i loro immensi conci.
Molto prima del 300 a. C., i Romani avevano già scoperto il “cemento”. Tutto intorno al Vesuvio vi erano vasti depositi di cenere vulcanica ridotta a sabbia, che veniva chiamata pulvis puteolana perchè era stata trovata per la prima volta nel porto di Puteoli (Pozzuoli), non lontano dall’odierna Napoli. Gli ingegneri romani scoprirono che questa cenere vulcanica, aggiunta alla malta di calce, alla sabbia od alla ghiaia, con in più acqua, formava una massa dura come la pietra, che si induriva ulteriormente a contatto dell’acqua. L’adozione di questo sistema si rivelò un successo nella tecnica della costruzione dei ponti. Un altro successo fu la perfezione delle arcate. I Greci conoscevano l’arco, ma ne avevano fatto raramente uso, e furono gli Etruschi che lo tramandarono ai Romani, i quali ne impararono l’uso insieme a quello della volta per cui, con il sistema dell’arcata e del “cemento”, potevano distanziare di molto i piloni e quindi guadagnare spazio. Una volta acquisite le principali cognizioni, non restava che metterle in pratica. Sulle arterie romane divennero quindi molto comuni i ponti, i viadotti ed i tratti rialzati rispetto al terreno circostante. Nel 98 d.C. Traiano costruì la strada rialzata che attraversava le Paludi Pontine, un ‘arteria lunga venti miglia. I suoi ingegneri radunarono una grossa flottiglia di vecchie imbarcazioni, le riempirono di rocce e poi le affondarono mantenendole in fila. Prendendo queste come base, furono eretti grossi piloni ai margini e tra questi inserita ancora della roccia, in modo che la strada emergesse a livello dell’acqua della palude di circa sei piedi.
Più le strade si allontanavano da Roma, e più diveniva di attualità il problema dei ponti. Sulla via Flaminia, sul fiume Nera, nella città di Narni, Augusto fece costruire nel 16 a. C. uno dei più autorevoli ponti di Italia, un ponte a sei arcate, la più grande delle quali era ampia centrotrentanove piedi.
Agrippa, il grande architetto di Augusto, costruì il famoso ponte del Gard, sul quale passava il grande acquedotto che attraversava la vallata omonima, nella Francia meridionale.
E’ composto di un porticato con sei archi, si erge per centosessanta piedi ed è lungo circa novecento. E’ ancora del tutto integro e non solo è molto utile, ma è anche molto bello. Nessuno si è mai messo al tavolo per ricercare quale sia esattamente il numero dei ponti romani ancora in uso, tuttavia si è arrivati a supporre che siano centottantacinque circa. Chi può dire?Chi ha potuto viaggiare lungo le cinquantratremila miglia di strade romane e preso nota di tutte le rovine che ha incontrato? Nessuno. Vi sono duemila e più fiumi e corsi di acqua che si incrociano con le strade romane nella sola Italia, e tutti furono attraversati da ponti.
La Tunisia, nell’Africa settentrionale, semideserta eppure famosa per essere stata la fornitrice di grano a Roma, aveva trenta ponti, alcuni delle dimensioni di quelli eretti in Italia, mentre in Francia, ed in alcune parti della Jugoslavia i ponti romani sono ancora in uso.
Nel 24 a.C., l’imperatore Augusto fece ritorno dalla Spagna. Un anno prima, nel 25, aveva ordinato che si chiudessero le porte del tempio di Giano, a Roma. Questo significava un lungo periodo di pace, l’inizio della Pax Romana. Durante il suo regno fece costruire molte delle principali strade. Delle trecentosettantadue presenti nel mondo alla fine del IV secolo d. C., più di trentaquattro si trovavano in Spagna, una terra montagnosa come l’Italia e nella quale era difficile costruire e conservare strade. La principale di queste, che correva lungo la costa oggi chiamata Costa Brava, che partiva dalla Francia, e si inoltrava in Spagna, fu ricostruita da Augusto e lungo tutto il suo percorso dovette essere attraversata da otto grandi ponti.
La Via Argentea, la strada dell’Argento, che gli Spagnoli più tardi chiamarono Camino de la Plata ( che significa la stessa cosa) conduceva ad Italica e poi a Mérida; fondata da Augusto nel 23 a. C., era stata progettata per essere la capitale di una intera provincia spagnola. Otto strade vi convergevano, facendone il cuore di una rete di comunicazioni. Gli ingegneri romani furono autori di uno dei più grandi ponti di Spagna, quello che conduce a Mérida, attraversando il fiume Guadiana. E’ provvisto di ben sessanta archi, è lungo oltre mezzo miglio e fu costruito talmente bene da essere ancora in uso. Anche altri quattro ponti costruiti in Spagna all’epoca di Augusto sono ancora efficienti.
Procedendo verso nord oltre Mérida, la strada dell’Argento si dirige a Salamanca (Salmantica), una città famosa nella storia per la sua bellezza e per la sua università, che è una delle più antiche e dove, per alcuni mesi, vi studiò legge Hernan Cortes, il conquistatore del Messico azteco. Questa città era rinomata come colonia romana, oltre ad essere famosa per il suo ponte. Questo riposa su ventisette archi, ed è stato capace di stare in piedi per tutti questi duemila anni, anche se il fiume Tormes, che attraversa, porta con se torrenti di acqua.
Eppure il più famoso ponte di Spagna è quello di Alcantara. Il nome è arabo e significa appunto “il ponte”, ed è ovvio perchè fosse chiamato così.Si trova sulla strada proveniente da Mérida e conduce al Portogallo, che, al tempo dei Romani, era conosciuto come Lusitania. Il fiume Tago, che attraversa, era un impetuoso corso d’acqua che si inoltrava in profondi valloni, i quali dovevano essere attraversati da ponti. Era talmente impetuoso che perfino il grande ingegnere Apollodoro di Damasco, che aveva costruito il ponte attraverso il Danubio ed eretto la Colonna di Traiano, non seppe valutarne esattamente la forza di corrente. Le rovine del suo ponte giacciono ad Alconetar e tutto ciò che ne rimane sono sei archi, mentre una volta poggiava su diciotto ed era lungo milleottocento piedi.
Il ponte di Alcantàra fu progettato con sei sole arcate gigantesche. E’ lungo seicento piedi ed il suo punto più alto si eleva a centocinquanta piedi sopra le ribollenti acque del fiume. La data si trova sull’arcata centrale: “Eretto nel 105 d.C.”. Fu costruito da Caio Giulio Lacer, che vi fece incidere le parole:
” Pontem perfeci mansurum in saecula”
(ho costruito un ponte che durerà nei secoli)
E cosi è stato. Attraverso i secoli esso ha avuto bisogno di ben poche riparazioni ed i suoi immensi blocchi di granito non sono mai stati sostituiti. Accanto alla sua estremità superiore, dalla parte del lato occidentale, vi è un tempio che alcuni credono sia il mausoleo di Lacer, il costruttore del ponte, dato che la sua ombra sovrasta l’opera da lui così orgogliosamente costruita. Sul ponte è incisa anche una lunga lista di Romani e Celti che sottoscrissero fondi per la costruzione del ponte in onore del loro imperatore Traiano.
Col tempo i Romani ebbero le loro strade così ben provviste di ponti che un viaggiatore poteva superare, senza interruzione, la distanza di milleottocento miglia dal Vallo di Adriano fino a Brindisi, a parte la traversata a nezzi traghetto della Manica.
Una gloria dell’ingegneria romana: gli acquedotti
28 gennaio 2011
Nessuna creazione dell’ingegneria romana, in nessun campo, si è acquistata più fama dell’approvvigionamento idrico. Gli acquedotti della città di Roma sono quelli che colpiscono più di tutti: nessuna capitale fu mai rifornita d’acqua corrente in quantità così abbondante, nessuna metropoli ne fece mai uso più spettacolare. Ma, se la lunga processione di arcate che si innalzano sulla campagna romana tende ad imporsi come simbolo di questa realizzazione, la linea di sviluppo originale ha una fonte molto diversa. I principi risalgono al sistema etrusco di protezione del suolo mediante la cattura dei torrentelli di superficie in condotti sotterranei. La pratica di condurre gallerie fra pozzi scavati a una serie di livelli stabiliti al di sotto del piano della valle è precisamente ciò che sta dietro l’Aqua Appia, il più antico acquedotto di Roma, che serviva soltanto la parte bassa della città repubblicana.
Soltanto la necessità di provvedere al rifornimento delle parti alte condusse i costruttori ad erigere i condotti ad arcate, ed è verosimile che questa forma sia stata prescelta per la sua capacità di ridurre la quantità di materiale e la resistenza al vento, piuttosto che in vista di un’eleganza che è più fortuita che intenzionale.
Se la pendenza del terreno lo avesse permesso, l’ingegnere naturalmente avrebbe scelto il percorso che seguiva il contorno del fianco della collina, che non richiede che vengano praticate galllerie nè innalzate costruzioni, e negli acqeudotti più lunghi e posteriori di Roma è il più usato. Gli strumenti usati nei sopralluoghi erano una grande livella ad acqua, il corobate, che deve essere stata utile nello scavare gallerie fra punti di profondità fissa e nella determinazione di una serie di punti orizzontali. I sopralluoghi a distanza relativamente grande potevano essere fatti per mezzo della dioptra, una livella fissa a un tripode, con possibilità di movimento in senso verticale e orizzontale e traguardi incrociati che offrivano la possibilità di buone messe a punto.
Questo strumento era usato insieme con un ‘asta graduata, sulla quale si muoveva un grande traguardo a disco, così che le letture venivano rilevate sull’asta stessa, in mancanza di traguardi telescopici. Questo, forse, fu lo strumento più ingegnoso prodotto nel mondo antico. I ponti sulle vallate e le loro costruzioni ad arcate rimangono una realtà eccezionale, ma giustamente è inevitabilmente colpiscono l’immaginazione. Nelle province, i due esempi più famosi sono i grandi acquedotti gettati attraverso la valle di Segovia e di Pont du Gard, che serviva Nemausus, la moderna Nimes. A Roma la rustica muratura dell’acquedotto Claudio che trasportava le Aquae Claudiae e Anio Novus attraverso la via Prenestrina e Labicana, produce un effetto estetico straordinario di ingegneria pura, che anche in questo caso è dovuto solamente a circostanze pratiche. Il rozzo aspetto della muratura, infatti, che dà all’opera la sua grandiosità primitiva, deve la sua sopravvivenza fino alla nostra ammirazione al fatto che essa fu eretta con blocchi squadrati, freschi di cava, e che mai, per questa o per quella ragione di economia, ricevette completamente la rifinitura di decorazione liscia convenzionale che aveva cominciato ad adornarla…Significativa è l’idea che i romani avevano della parte economica dell’approvvigionamento idrico. Era concepito come un servizio fornito dallo stato, le cui spese erano coperte dal capitale acquistato dal bottino di guerra o donato da un benefattore. Una volta installato l’impianto, l’utente privato poteva usare soltanto qel che restava dopo che fossero state soddisfatte le necessità pubbliche. Non esisteva la convezione che si potesse sviluppare il sistema a punto di farne un servizio a pagamento o una fonte di profitto. Inoltre l’esistenza di quello che in pratica era un impianto a bassa pressione basato sulla gravità, significava che, nei condotti, l’acqua scorreva in continuazione e che era perduta con un flusso continuo (acqua caduca).
Questa, per la verità, era di grande utilità per spurgare latrine e fogne, e per il funzionamento di semplici macchinari a acqua, durante la sua corsa nella loro direzione. I mulini di stato per la macinazione del cinabro funzionavano in questa maniera, adoperando l’acquqa superflua delle terme di Caracalla, mentre i mulini e i vivai del pesce di Roma adoperavano il superfluo dell’Acqua Traiana, sul Gianicolo. Una perdita del canale di rifornimento nell’acquedotto di Arelate poteva venir usata per far funzionare i mulini di farina di Barbegal.
Studio BIG_Bjarke Ingels Group_Il genio di un architetto under40
18 novembre 2010
Edifici che cantano
23 giugno 2010
Dimmi, poichè sei così sensibile agli effetti dell’architettura, non hai osservato , camminando nella città, come tra gli edifici che la popolano taluni siano muti, e altri parlino, mentre altri ancora, che son più rari, cantano?E non il loro ufficio, nè il loro aspetto d’insieme così li anima o li riduce al silenzio, ma ingegno di costruttore o piuttosto il favore delle Muse.
Tell me (since you are so sensible to the effects of architecture), have you not noticed, in walking about this city, that among the buildings with which it is peopled, certain are mute; others speak and others, finally- and they are the most rare, sing?
It is not their purpose, nor even their general features, that give them such anmation, or that reduce them to silence. These things depend upon the talent of the builder, or on the favor of the Muses.
Paul Valéry
L’invasione dei Nonluoghi…
13 febbraio 2010
Sono stati definiti tali dall’antropologo Marc Augè. Si tratta di quegli spazi della città urbana in cui non è possibile sviluppare nessuna relazione sociale, trovare alcun simbolo, nessuna spinta alla condivisione collettiva, nessuna attitudine allo scambio e alla crescita, nemmeno l’assolvimento del semplice, e pure importante, compito di concedere sosta e riflessione, pace e tranquillità. Lo spazio pubblico è di vitale importanza per la qualità della vita delle persone. Eppure viene sempre dato per scontato, viene sempre tralasciato per ultimo, e bistrattato ad esempio rispetto alla qualità architettonica degli edifici (nei casi peggiori anche quest’ultima è inesistente e ininfluente). Un architetto che io definirei bravo deve assolutamente includere nella sua visione progettuale oltre alla qualità architettonica e all’attenzione alla sostenibilità ambientale anche l’impatto sociale dell’intervento edilizio e la dimensione spaziale del paesaggio urbano civile.
Ogni architetto dovrebbe essere insieme un pò paesaggista e un pò urbanista: cosi eviteremmo quelle piazze d’armi immense lastricate di cemento senza nemmeno una seduta per centinaia di metri, senza nemmeno un posto all’ombra donato da una provvidenziale essenza arborea, senza nemmeno una quinta (verde, costruita, ecct) a regalare un’interruzione acustica e temporale.
Ma oggi voglio parlare dei nonluoghi unicamente perchè mi accorgo quanto danno il terremoto ha causato alla mia città, L’Aquila, e di riflesso alla popolazione, me compresa. L’esigenza di noi tutti di spazi, slarghi antri dove potersi incontrare e comunicare è insoluta per colpa di lui, del terremoto. Una situazione che in precedenza già non poteva definirsi ideale, azzerata e stroncata dall’impossibilità di noi aquilani di avere ancora un centro storico, una camminata, un corso, una villa, una piazza. Una necessità che emerge prepotentemente e che al di là dell’emergenza casa e delle risposte ai bisogni primari, evidenzia quanto la mancanza di uno spazio pubblico dove raccogliersi stia producendo vera e propria disgregazione sociale.
Questo mi fa capire, come futuro architetto, che bisogna stare attenti alla qualità della vita urbana che progetteremo in futuro, perchè essa è strettamente collegata al benessere psicofisico dell’individuo e fornisce l’indicatore del livello sociale, culturale e morale della città.
Per immergervi nella situazione che stiamo vivendo provate a fare questo esercizio mentale: immaginate di vivere nella vostra casa, come sempre fate, e di dedicarvi alle vostre attività quotidiane casalinghe,differenziate a seconda che siate studenti, madri di famiglia, pensionati o lavoratori qualsivoglia.
Avete a disposizione tutte le tecnologie informatiche e mediatiche al passo con i tempi.
Fate conto, però, che il vostro ciclo di vita giornaliero si esaurisca completamente in questi interni, nell’arco delle 24 ore, e che le occasioni di uscita coincidano con i brevi tragitti verso il centro commerciale o l’ipermercato più vicino. Allorquando avrete voglia di sgranchire le gambe o di fare un giro con il vostro ragazzo o con i vostri amici, sarà difficile fissare il luogo dell’appuntamento. In un primo tempo vi ritroverete nel centro commerciale L’Aquilone, ormai saturo di attività e persone e surrogato non promosso a pieni voti di quella che era la vita del centro prima del 6 aprile. Dopodichè anche arrivare fin lì vi resterà difficile e non vi vedrà tanto entusiasti, vuoi per i 40 minuti necessari per fare 4 km insieme a tutti quelli che come voi (e sono tanti) vogliono fare quei 4 km, vuoi perchè improvvisamente vi è chiaro che, un tempo (sembrano secoli) non uscivate per il corso unicamente per guardare i negozi o per fare acquisti, ma per respirare aria buona, per circondarvi della bellezza dei muri e dei portoni, per sorridere ai sorrisi incrociati lungo le vie, per godere della luce del giorno, della penombra del crepuscolo,del buio della notte.
Sicchè le luci artificiali, l’aria condizionata, le vetrine asettiche e di design, gli accessori e i registratori di cassa, il pavimento lucido e perfetto, i giri in tondo storditi dal chiasso che rimbomba dalle pareti e dai soffitti altissimi, vi svuotano l’anima e vi annebbiano la mente.
Allorchè deciderete di prendere la vostra automobile e di fare un giro fuori porta ma sempre nel cratere, finchè sarete baciati dalla luce del giorno godrete di una visuale di piu ampio respiro, sempre mettendo in conto che non potrete condividere la gioia con piu di due tre persone e che il panorama lo godrete viaggiando all’interno dell’abitacolo con qualche sporadica fermata ogni tanto.
Altrimenti bisogna allungare il percorso e raggiungere la cittadina piu vicina che non è stata toccata dal terremoto…Avezzano, Sulmona, Roma..Pescara..il vostro paese di origine, la cittadella dove abita un vostro caro amico, la metropoli dove frequentate l’università…
Ma, allora…che senso ha vivere in questo posto se..per VIVERE…devo cercarmene un altro??
Memoarchitettourbanista.
le foto sono di proprietà di www.pietroguida.it
Frattura e continuità…
14 dicembre 2009
[...] Giacchè, quando noi apriamo una porta, trasformiamo gli ambienti in un modo davvero meschino. Offendiamo la loro piena estensione e a forza di proporzioni sbagliate vi introduciamo un’incauta breccia. A pensarci bene, non c’è niente di più brutto di una porta aperta. Nella stanza dove si trova, introduce una sorta di rottura, un parassitismo provinciale che spezza l’unità dello spazio. Nella stanza contigua provoca una depressione, una ferita aperta e tuttavia stupida, sperduta su un pezzo di muro che avrebbe preferito essere integro. In entrambi i casi turba i volumi offrendo in cambio soltanto la libertà di circolare, la quale peraltro si può garantire in molti altri modi. La porta scorrevole, invece, evita gli ostacoli e glorifica lo spazio. Senza modificarne l’equilibrio, ne permette la metamorfosi. Quando si apre, due luoghi comunicano senza offendersi. Quando si chiude, ripristina l’integrità di ognuno di essi. Divisione e riunione avvengono senza ingerenze. Lì, la vita è una calma passeggiata, mentre da noi è simile a una lunga serie di variazioni.
E’ più comodo e meno brutale. [...]
da L‘eleganza del riccio, Muriel Barbery.
Memoriccio.






