Una gloria dell’ingegneria romana: gli acquedotti
28 gennaio 2011
Nessuna creazione dell’ingegneria romana, in nessun campo, si è acquistata più fama dell’approvvigionamento idrico. Gli acquedotti della città di Roma sono quelli che colpiscono più di tutti: nessuna capitale fu mai rifornita d’acqua corrente in quantità così abbondante, nessuna metropoli ne fece mai uso più spettacolare. Ma, se la lunga processione di arcate che si innalzano sulla campagna romana tende ad imporsi come simbolo di questa realizzazione, la linea di sviluppo originale ha una fonte molto diversa. I principi risalgono al sistema etrusco di protezione del suolo mediante la cattura dei torrentelli di superficie in condotti sotterranei. La pratica di condurre gallerie fra pozzi scavati a una serie di livelli stabiliti al di sotto del piano della valle è precisamente ciò che sta dietro l’Aqua Appia, il più antico acquedotto di Roma, che serviva soltanto la parte bassa della città repubblicana.
Soltanto la necessità di provvedere al rifornimento delle parti alte condusse i costruttori ad erigere i condotti ad arcate, ed è verosimile che questa forma sia stata prescelta per la sua capacità di ridurre la quantità di materiale e la resistenza al vento, piuttosto che in vista di un’eleganza che è più fortuita che intenzionale.
Se la pendenza del terreno lo avesse permesso, l’ingegnere naturalmente avrebbe scelto il percorso che seguiva il contorno del fianco della collina, che non richiede che vengano praticate galllerie nè innalzate costruzioni, e negli acqeudotti più lunghi e posteriori di Roma è il più usato. Gli strumenti usati nei sopralluoghi erano una grande livella ad acqua, il corobate, che deve essere stata utile nello scavare gallerie fra punti di profondità fissa e nella determinazione di una serie di punti orizzontali. I sopralluoghi a distanza relativamente grande potevano essere fatti per mezzo della dioptra, una livella fissa a un tripode, con possibilità di movimento in senso verticale e orizzontale e traguardi incrociati che offrivano la possibilità di buone messe a punto.
Questo strumento era usato insieme con un ‘asta graduata, sulla quale si muoveva un grande traguardo a disco, così che le letture venivano rilevate sull’asta stessa, in mancanza di traguardi telescopici. Questo, forse, fu lo strumento più ingegnoso prodotto nel mondo antico. I ponti sulle vallate e le loro costruzioni ad arcate rimangono una realtà eccezionale, ma giustamente è inevitabilmente colpiscono l’immaginazione. Nelle province, i due esempi più famosi sono i grandi acquedotti gettati attraverso la valle di Segovia e di Pont du Gard, che serviva Nemausus, la moderna Nimes. A Roma la rustica muratura dell’acquedotto Claudio che trasportava le Aquae Claudiae e Anio Novus attraverso la via Prenestrina e Labicana, produce un effetto estetico straordinario di ingegneria pura, che anche in questo caso è dovuto solamente a circostanze pratiche. Il rozzo aspetto della muratura, infatti, che dà all’opera la sua grandiosità primitiva, deve la sua sopravvivenza fino alla nostra ammirazione al fatto che essa fu eretta con blocchi squadrati, freschi di cava, e che mai, per questa o per quella ragione di economia, ricevette completamente la rifinitura di decorazione liscia convenzionale che aveva cominciato ad adornarla…Significativa è l’idea che i romani avevano della parte economica dell’approvvigionamento idrico. Era concepito come un servizio fornito dallo stato, le cui spese erano coperte dal capitale acquistato dal bottino di guerra o donato da un benefattore. Una volta installato l’impianto, l’utente privato poteva usare soltanto qel che restava dopo che fossero state soddisfatte le necessità pubbliche. Non esisteva la convezione che si potesse sviluppare il sistema a punto di farne un servizio a pagamento o una fonte di profitto. Inoltre l’esistenza di quello che in pratica era un impianto a bassa pressione basato sulla gravità, significava che, nei condotti, l’acqua scorreva in continuazione e che era perduta con un flusso continuo (acqua caduca).
Questa, per la verità, era di grande utilità per spurgare latrine e fogne, e per il funzionamento di semplici macchinari a acqua, durante la sua corsa nella loro direzione. I mulini di stato per la macinazione del cinabro funzionavano in questa maniera, adoperando l’acquqa superflua delle terme di Caracalla, mentre i mulini e i vivai del pesce di Roma adoperavano il superfluo dell’Acqua Traiana, sul Gianicolo. Una perdita del canale di rifornimento nell’acquedotto di Arelate poteva venir usata per far funzionare i mulini di farina di Barbegal.
